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Analisi LCA e EPD. Quando sostenibilità e competitività vanno di pari passo

Feb. 10 2021

Closing the loop”, “chiudere il cerchio”, se si vuole prendere in prestito il titolo dell’ambizioso piano sui rifiuti proposto dalla Commissione europea. Ormai è chiaro a tutti come, in un sistema di produzione e consumo che deve tendere – senza più indugi – verso pratiche di sostenibilità ambientale, la circolarità sia, se non l’unica, almeno la via più efficace da seguire. 
In questo modo, abbracciare la logica del “riciclo” e del “riutilizzo” non solo fa bene al Pianeta, ma diviene anche economicamente vantaggioso sia per chi quei prodotti li realizza, sia per chi li sceglie e acquista. Basti pensare che la tassazione sul waste nel corso degli anni non ha mai smesso di crescere e che la prospettiva è quella di andare sempre più nella direzione di una differenziazione contributiva basata sul principio “chi inquina di più paga di più”. A questo si aggiunga il cosiddetto sistema EPR o Responsabilità Estesa del Produttore, regolato a livello europeo dalla Direttiva 852/2018 (recepito nel 2020 in Italia dal Decreto Legislativo 116) e oggi relativo al solo settore imballaggi, ma in futuro estensibile ad altri comparti. Esso prevede che chi produce un bene sia responsabile lungo tutto il suo ciclo di vita, anche nella fase post-consumo, quando dovrà essere gestito come rifiuto.  
Ma se si sceglie il cambiamento, allora è necessario guardare le cose da un’altra angolazione. Infatti, per giungere a un vero “riutilizzo” e, dunque, “chiudere il cerchio” non si può attendere la fase ultima, ma bisogna intervenire sin da subito, a monte della fase produttiva, durante quella di progettazione. Solo così sarà possibile ridurre con meno sforzi e costi l’impatto ambientale che i prodotti avranno sia durante la loro vita utile che – e soprattutto – quando dovranno essere smaltiti.

E affinché questo sia possibile e realizzabile è fondamentale avere a disposizione uno strumento in grado di darci la certezza che il bene che stiamo producendo o acquistando abbia le caratteristiche di sostenibilità desiderate. LCA o Life Cycle Assessment è una metodologia scientifica consolidata che calcola l’impatto ambientale di un prodotto o servizio nel corso di tutto il suo ciclo di vita, partendo dalla fase di progettazione, sino ad arrivare alla fase di fine vita, passando per il reperimento delle materie prime ed esaminando anche i passaggi e gli elementi necessari per la sua realizzazione (si pensi all’energia impiegata nei processi di fabbricazione , al materiale utilizzato per l’imballaggio, al trasporto di materie prime).
Grazie ad essa è possibile quantificare gli impatti ambientali di un prodotto
lungo tutto il suo ciclo di vita prendendo in considerazione diversi indicatori d'impatto ambientale (analisi multicriterio). Inoltre, attraverso un approccio multi-step è possibile averne anche una visione sistemica.

Considerando la complessità dell’obiettivo, si tratta di una procedura impegnativa composta da diverse fasi:

1. Definizione degli obiettivi dello studio | Unità Funzionali | Confini del sistema 
2. Raccolta Dati e analisi di inventario (Life Cycle Inventory – LCI). Composizione prodotto, materie prime ed ausiliarie, consumi energetici, trasporti, emissioni in aria, acqua e suolo nelle differenti fasi di vita, utilizzando software specifici, in questa fase si effettua una modellizzazione del prodotto oggetto di studio, mappando e quantificando i flussi di materia ed energia in ingresso/uscita dal sistema.
3. Valutazione degli impatti (Life Cycle Impact Assessment – LCIA). Utilizzando modelli ambientali riconosciuti a livello internazionale, sviluppati e aggiornati da istituzioni di ricerca, in questa fase i dati di inventario precedentemente raccolti sono convertiti in valori di indicatori ambientali (impatto o performance ambientale)
4. Interpretazione e redazione del rapporto LCA
5.    Utilizzo dei risultati (definizione di una strategia di ecodesign al fine di migliorare le prestazioni ambientali del prodotto, comunicazione ambientale, etc).

Le fasi 2 e 3 sono il “cuore” del processo per arrivare a calcolare l’impatto ambientale di un prodotto.
Gli impatti ambientali quantificati con l’analisi di LCA sono espressi usando un ampio set di indicatori tra cui figurano ad esempio il contributo al climate change (Global Warming Potential), il consumo di risorse minerali, fossili o non rinnovabili, il consumo di acqua, le emissioni di sostanze inquinanti nel suolo, nell’acqua e in atmosfera. 
Tutti gli indicatori sono calcolati rispetto ad una unità di riferimento (ad esempio 1 kg di prodotto o 1 unità di prodotto) e per ciascuna delle fasi di cui si compone il ciclo di vita. In questo modo si ottiene una sorta di “carta d’identità” ambientale del prodotto o una fotografia delle sue performance ambientali.
All’azienda, in determinati casi, è lasciata facoltà di decidere se calcolare questi valori in riferimento a tutto il ciclo di vita del prodotto (in gergo “dalla culla alla tomba”), alla sola produzione (“dalla culla al cancello”) o con forme intermedie tra le due. 


In una logica in cui la sostenibilità, quando basata su evidenze solide, oggettive e quantificabili, diventa davvero asse strategico sul quale prendere le decisioni; l’LCA costituisce l’elemento fondamentale alla base di strumenti di comunicazione e rendicontazione ambientale sempre più richiesti dal mercato quale la Dichiarazione Ambientale di Prodotto o EPD (Environmental Product Declaration). Dietro all’acronimo vi è un documento pubblico che l’azienda decide di redigere al fine di comunicare le prestazioni ambientali, calcolate con la metodologia di LCA, di uno o più prodotti. L’EPD viene redatta seguendo regole comuni, specifiche per categoria di prodotto, in modo da ottenere documenti per quanto possibile standardizzati, i cui risultati di prestazione ambientale, entro certi limiti, siano confrontabili tra di loro.
Inoltre, l’EPD consente ad un’organizzazione di raccontare sé stessa e il proprio prodotto dal punto di vista della sostenibilità in maniera trasparente, oggettiva e certa in forza della verifica che un soggetto certificatore accreditato indipendente realizza sull’intero studio di LCA e l’EPD.

I produttori di materiali da costruzione sono tra le tipologie di azienda maggiormente interessate dagli strumenti EPD e LCA. 
Per quanto riguarda l’industria edilizia, si sono moltiplicate, specialmente negli ultimi anni, le sollecitazioni da parte di committenti e progettisti per avere materiali da costruzione sostenibili e di cui è chiaro e documentato il ciclo di vita. Una richiesta in continua crescita che non deve essere trascurata se non si vogliono mancare importanti opportunità di business
Per esempio, l’EPD si pone come scelta premiante affinché una costruzione ottenga certificazioni basate su protocolli internazionali di sostenibilità in edilizia quali il LEED (statunitense), il BREEAM (inglese e scandinavo), il DGNB (tedesco) o l’HQE (francese). 

Non solo. Acquirenti pubblici nell’ambito dell’edilizia adottano in modo crescente le logiche del Green Public Procurement (GPP) incentivando il mercato ad aumentare la disponibilità di prodotti e materiali da costruzione accompagnati da informazioni sulle prestazioni ambientali del ciclo di vita e Dichiarazioni Ambientali (EPD).
Infine, in Italia l’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) per gli acquisti delle Pubbliche Amministrazioni è un obbligo di legge definito dal Codice degli appalti pubblici. E i CAM per l’edilizia considerano l’EPD quale strumento idoneo per dimostrare il rispetto dei requisiti ambientali. 

La sostenibilità – resa misurabile, oggettiva, verificata – smette di essere solo scelta etica per divenire finalmente criterio strategico sul quale fondare il proprio business e la propria competitività.  

SOSTENIBILITà E AMBIENTE

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