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Più sostenibilità, più efficienza e meno sprechi per chi sceglie una produzione "circolare"

Gen. 4 2021

Dall’impiego di risorse naturali fino a un nuovo ciclo produttivo, passando per il riciclo e il riutilizzo di quanto resta dopo il consumo: solo così è possibile promuovere un modello di sviluppo alternativo che sia, nel contempo, sostenibile ed efficiente. Per raggiungere questo obiettivo – ben codificato dal Green Deal dell’Unione europea del dicembre 2019 – è necessario cambiare il modo di pensare e operare in maniera che ogni passaggio risulti essere funzionale alla piena realizzazione del successivo. A partire da quello che, generalmente, era considerato l’ultimo, cioè i rifiuti. 

Infatti, nella logica di un’economia circolare, il significato stesso del termine “rifiuto” tende a modificarsi perdendo il senso originale di “scarto” o elemento inutile e da buttare. Così da una visione lineare in cui ciò che non serve più viene conseguentemente abbandonato, si passa a una ciclica – o circolare, per l’appunto – che fa della continua valorizzazione e rigenerazione dei materiali la principale caratteristica.

Oggi, purtroppo, non siamo ancora a questo punto, proprio a partire dalla gestione del ciclo dei rifiuti. Nel 2018, in Italia, sono state prodotte oltre 143 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (“Rapporto Rifiuti Speciali 2020”, ISPRA). Di questi, i non pericolosi sono 133 milioni e comprendono i derivati dal trattamento dei rifiuti urbani, del settore manifatturiero, sanitario, dai pneumatici e da tutti quei rifiuti prodotti da attività di costruzione e demolizione.

In pratica, in Italia ogni abitante ha prodotto oltre 2.300 chilogrammi di rifiuti speciali non pericolosi (e 166 chilogrammi di pericolosi). Si tratta di cifre in progressiva e costante crescita considerando che nel 2016 i milioni di tonnellate erano state 125. 
I materiali non pericolosi, una volta divenuti “scarti” vengono avviati a differenti processi di recupero e smaltimento: sempre nel 2018, il 69,6% dei rifiuti (99,5 milioni di tonnellate) sono stati sottoposti a operazioni di recupero di materia, mentre per il 7,4% (10,6 milioni di tonnellate) la destinazione finale è stata la discarica. Un’opzione, questa, posta in fondo alla cosiddetta “gerarchia” o “piramide” dei rifiuti, perché considerata la scelta peggiore e possibilmente da evitare. A occupare la cima di questa speciale classificazione, vi sono la preparazione per il riutilizzo e la prevenzione che trovano nella circolarità la loro piena attuazione. 
Una questione che, oltre a chiamare in causa il tema della sostenibilità ambientale, presenta anche impatti economici negativi sempre più importanti sull’industria (manifatturiera italiana innanzitutto), con costi di smaltimento aumentati in media del 40% negli ultimi due anni (Laboratorio REF, 2020).

È dunque non solo giusto, ma anche conveniente intervenire. Ma come arrivare a rendere circolare – nel concreto – la propria attività? Innanzitutto, per applicare questo modello, occorre conoscere in modo approfondito i propri processi, considerando il prodotto, o servizio, nel più ampio contesto del suo ciclo di vita, valutando in quale fase è possibile intervenire efficientandone la produzione. Si tratta di un percorso di analisi articolato, che può essere intrapreso con il supporto degli ingegneri e dei professionisti di Bureau Veritas Nexta e che prevede uno studio sul ciclo di vita del prodotto (Life Cycle Assessment - LCA), inclusa la sua catena di fornitura.

Una volta identificati i punti critici del sistema studiato, questi possono essere migliorati integrando il modello circolare nelle differenti fasi di realizzazione, utilizzo e fine vita del prodotto o del servizio, progettando e agendo secondo i principi dell’ecodesign. Applicando cioè un approccio sistemico che, per ciascun prodotto, consideri il ciclo di vita e la funzione che questo dovrà svolgere (Life Cycle Design - LCD).
Progettare utilizzando i risultati dell’analisi dell’LCA e applicando i principi dell’ecodesign sin dal principio permette di ridurre fino all’80% l’impatto ambientale del prodotto/servizio, evitando di dover correggere il progetto nelle fasi successive, rischiando così di non ottenere del tutto i risultati desiderati. La corretta applicazione del modello di ecodesign ha come ulteriore effetto la riduzione dell’impronta ambientale e di carbonio, tema tra le priorità europee.

Infatti, il passaggio ad un modello circolare è il presupposto per raggiungere la neutralità climatica come evidenziato nel Piano d’Azione per l’Economia Circolare dello scorso marzo. Le imprese e i produttori che adotteranno un modello circolare, non solo contribuiranno alla riduzione della produzione di rifiuti, ma otterranno vantaggi significativi, in differenti ambiti.

L’adozione di un modello circolare è inoltre favorito e sostenuto anche dal punto vista fiscale. Il Decreto Innovazione 4.0 prevede il riconoscimento del 10% del credito d’imposta per coloro che progetteranno prodotti sostenibili, per la scelta dei materiali o per la maggior durata nel tempo, che siano stati immaginati e realizzati in modo da ridurre l’impatto ambientale lungo il corso del loro intero ciclo di vita. Il riconoscimento del 10% del credito d’imposta avviene anche per coloro che decideranno di realizzare catene del valore a ciclo chiuso nella produzione ed utilizzo di componenti e materiali, anche sfruttando opportunità di riuso e riciclo cross-settoriali. Il credito è riconosciuto anche ove siano stati identificati modelli di sinergia tra sistemi industriali presenti all’interno di uno specifico ambito economico territoriale (c.d. simbiosi industriale), caratterizzati da rapporti di interdipendenza funzionale in relazione alle risorse materiali ed energetiche (ad es. sottoprodotti, rifiuti, energia termica di scarto, ciclo integrato delle acque). E ancora, ad esempio, nel caso in cui siano state introdotte tecnologie e processi di disassemblaggio e/o remanufacturing intelligenti, finalizzati a rigenerare e aggiornare le funzioni da componenti post-uso, in modo da prolungare il ciclo di utilizzo del componente con soluzioni a ridotto impatto ambientale.

Per potersi vedere riconosciuto il credito però, è necessario oltre che obbligatorio, redigere una relazione tecnica. Tale documento dovrà:

• fornire informazioni puntuali sul progetto e sugli obiettivi (di transizione ecologica) perseguiti o implementati
• descrivere lo stato di fatto iniziale e lo stato futuro che verrà a determinarsi grazie al progetto
• riportare i criteri qualitativi/quantitativi con i quali valutare il concreto conseguimento degli obiettivi prefissati.

Bureau Veritas Nexta, con le sue competenze specialistiche, può accompagnare le aziende che desiderano cogliere le opportunità generate dal paradigma della circolarità e della sostenibilità.

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